Sabrina

(USA/1954) di Billy Wilder (113')
Piazza Maggiore

Era una persona così ricca, così comunicativa. Ma era davvero “sexy”? Fuori dallo schermo era solo un’attrice. Molto magra, molto docile, a volte sul set spariva quasi. Ma era proprio carina, adorabile, direi. Ti potevi fidare ciecamente di quel passerotto. Poi, davanti alla cinepresa, si trasformava in Miss Audrey Hepburn. E con nulla diventava di un sexy da non credersi. Come in Sabrina, quando torna da Parigi con quell’abito mozzafiato. Dipende tutto da un elemento X, un quid particolare che qualcuno ha e qualcun altro no. Anche una persona di grande fascino può risultare del tutto insignificante sullo schermo. La Hepburn aveva quel qualcosa di speciale. Non ci sarà mai una seconda Audrey Hepburn. Lei resterà per sempre un’immagine del suo tempo. Non potrà mai essere duplicata né trasportata in un’altra epoca. Quel Givenchy è stato indossato una volta per sempre.
Billy Wilder

Wilder amava Sabrina, che sentiva essere tra i suoi film meno saldi nella storia del cinema, per via della sua “delicatezza” (e la presunta mancanza di spessore e veleno è quanto ancora delude certi critici). Parlandone con Cameron Crowe, molti anni dopo, ricordava soprattutto gli attori e gli abiti. Come Audrey Hepburn fosse responsabile del patto magico che il film stringe col pubblico dalla prima immagine, e che non si scioglie più; come William Holden offrisse una grande performance di virtuosismo comico e tono muscolare (era affascinato dalla naturalezza con cui Holden saltava le balaustre e le portiere delle automobili); come Bogart, seconda scelta per la consueta indisponibilità di Cary Grant, proprio nel suo costante umor nero trovasse la nota perfetta per Linus Larrabee. Che Wilder accreditasse a Givenchy una partecipazione quasi autoriale al film è poi argomento illuminante. Strutturalmente Sabrina procede per epifanie, per tagli di montaggio, di luce e di stoffa che lasciano dietro di sé una lunga eco visiva, e demarcano i passaggi: la panoramica verticale che svela a David la ragazza in abito, cappello e valigie da parigina sofisticata (affermazione della nuova Sabrina), l’apparizione nel vestito da ballo, farfalla dalle ali appena spiegate (ingresso nel mondo di David), l’abito di raso nero che si gonfia intorno al corpo di lei dolcemente ubriaca e allungata sul tavolo delle riunioni “disegnando l’immagine di un cigno” (ingresso nel mondo di Linus), e infine quel sublime grado zero della couture e del travestimento, la calzamaglia nera da ballerina o da Musidora, che tra le ombre dell’ufficio di Linus (uno dei momenti più sofisticati dello straordinario lavoro di Charles Lang) la configura nella sua nudità sentimentale. Il canone d’eleganza che il film andava a fondare si sarebbe rivelato più longevo e cosmopolita di quanto chiunque, allora, avrebbe potuto immaginare; e Sabrina avrebbe trasformato una cristallina inattualità nella capacità autorigenerativa propria delle favole, capaci di resistere a mille ascolti, a mille visioni.
Paola Cristalli




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