L'amore molesto

(Italia/1995) di Mario Martone (104') | Introduce il regista Mario Martone
Piazza Maggiore

Introduce il regista Mario Martone

Soggetto: dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante. Sceneggiatura: Mario Martone. Fotografia: Luca Bigazzi. Montaggio: Jacopo Quadri. Scenografia: Giancarlo Muselli. Musica: Daghi Rondanini. Interpreti: Anna Bonaiuto (Delia), Angela Luce (Amalia), Gianni Cajafa (zio Filippo), Licia Maglietta (Amalia da giovane), Carmela Pecoraro (Delia bambina), Anna Calato (signora De Riso), Giovanni Viglietti (‘Caserta’), Beppe Lanzetta (suo figlio), Italo Celoro (padre di Delia). Produzione: Lucky Red, Teatri Uniti, Rai – Radiotelevisione Italiana (Rai 3).
Versione italiana con sottotitoli inglesi

Fossimo nel cinema americano degli anni Quaranta, L’amore molesto sarebbe un woman’s film quasi perfetto. È la storia di una donna; il punto di vista è sempre soggettivo; la posta in gioco è il vincolo materno, il rapporto di questa donna con la propria madre; il passato ritorna e agita il presente in forma di numerosi flash-back; c’è una morte, un mistero, una traccia noir; c’è una scena finale che somiglia a un ritorno del rimosso, dunque una traccia psicoanalitica (anche se, più realisticamente, niente è stato mai davvero rimosso, e si tratta solo di ammettere al dicibile un groviglio di ricordi sporco e penoso). Quel che manca, in fondo, è solo una voce off – strumento naturale, quando si parte da un romanzo narrato in prima persona. La voce off in realtà c’era, nelle prime tre versioni della sceneggiatura firmata da Martone. Poi il regista sottopone la terza versione a Elena Ferrante, che dal suo ben protetto anonimato risponde all’appello. […] Chiede a Martone di rinunciare alla voce narrante di Delia, e di farlo radicalmente: “La prima persona, una volta che c’è, non si rassegna a diventare terza”. […] Proponendogli di rinunciare alle sue stesse parole Ferrante avvicina il film al proprio romanzo nel momento stesso in cui pare allontanarlo: tagliando il cordone ombelicale della voce letteraria, depotenziando il mélo, L’amore molesto di Mario Martone carica i passi di Delia attraverso la città di un’energia silenziosa e gelata. […] La Napoli di Martone, assai più di quella di Ferrante, è davvero un’onda che rischia di risucchiare e annegare la protagonista. Martone recupera la sonorità d’un dialetto fitto e chiuso, cui il romanzo aveva rinunciato, e lascia che la città del 1993 saturi l’immagine.
(Paola Cristalli)

Per fare un film da quel libro bisognava ancorarsi molto concretamente alla realtà dei luoghi, delle persone, delle storie, delle vicende familiari e qualunque tentazione metafisica, psicoanalitica, allegorica, simbolica, qualunque poeticismo diciamo così, secondo me avrebbe distrutto, avrebbe reso immediatamente non credibile la sostanza del racconto che è una sostanza molto difficile da trattare, molto misteriosa, ambigua, ma anche reale, concreta.
(Mario Martone)

Ho visto per la prima volta con chiarezza quale storia inquieta avevo raccontato. E mi sono molto turbata, ho faticato a non ritrarmi. Lì per lì non sono riuscita a capire cosa era veramente accaduto al mio libro, come era potuto succedere che io che avevo scritto la storia riuscissi a vederla solo adesso, esposta fino alle sue estreme conseguenze. Evidentemente, pur dicendomelo spesso, non avevo messo in conto che se il regista è molto bravo […], tutto ciò che sulla pagina è travestito o inventato per far funzionare il racconto, sullo schermo diventa emotivamente irrilevante, quasi non si vede; mentre il nucleo vivo che anima ogni cosa si svela con una dirompenza insostenibile.
(Elena Ferrante)




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